La psichiatria cognitiva non ha dubbi sulla sintomatologia psicofisica che attraversa chi a malapena è riuscito a sostenere sulle proprie spalle un anno e mezzo di pandemia: post-traumatic stress disorder. Come se l’impotenza e la domanda di senso possano essere riassumibili entro una terminologia da cartella clinica, che pretende di descrivere i corpi in esame tenendoli a una debita, siderale distanza.
Come il corpo in trappola, e di rimando il corpo del torturato, privo della parola perché il dolore di cui si fa carico va al di là delle parole, che non sono in grado di contenerlo. Ma perfino il grido non è più sufficiente, perché rimanda comunque a un universo comunicativo ancora fin troppo codificato e ristretto.
Fuori Festival ha deciso di adottare per questa edizione la forma semplicissima, ma anarchica al massimo
grado (poiché propria anche dell’infanzia) dello scarabocchio, della linea frastagliata. Kandinsky docet:
laddove il punto è la massima espressione della stasi, la linea è diacronia per eccellenza, temporalità oggetto delle più innumerevoli forze, che finiscono per determinare la velocità e la direzione del punto medesimo, sorpreso dalle onde di un mare su cui non si può che lasciarsi trasportare, ora con dolcezza, ora con violenza.
Perché, se c’è una cosa che la profilassi anti-Covid ci ha dimostrato, è che homo sapiens sapiens è quanto di più eteronomo possibile cammini su questo pianeta. L’uomo è
quanto di meno “umano” si possa immaginare, fatto com’è di piante, di animali, di macchine, di immagini, di suoni. È questa sua ibridazione fondativa ad animarlo. Non sarà la nostalgia per un mondo
perduto a chiarificare meglio le possibilità di un ambiente che ha il volto dell’umano, ne reca i segni delle
trasformazioni passate e dei progetti futuri di convivenza col non-umano. Con esso viviamo in simbiosi, senza di esso siamo perduti: un’altra delle grandi lezioni di questa pandemia.
La metamorfosi è la sola via praticabile verso un globalismo concreto e
alleato della differenza. Perché vi sono molti altri virus da combattere, più persistenti del COVID-19 perché più striscianti e profondamente incistati nella vita quotidiana. Il rifiuto dell’altro da sé è
uno di questi, e non si può pensare a un’ecologia in grande senza pensare alle minoranze, alle differenze, alle loro infinite capacità di estrinsecarsi, talora spiazzando in modo perturbante e rimettendo in gioco certezze e preconcetti. Se è vero, come ci insegna Judith Butler, che il genere è innanzitutto performance, allora la differenza non può essere più trattata come una sorta di “segno particolare” su carte di identità reali o immaginate: è pratica del corpo con altri corpi, ed è quindi una pratica di comunità, un esercizio
provocatorio ma non per questo privo di dimensione collettiva.
Mai Fuori Festival è stato più Fuori di così: oltre la vita ferma, la morte del
pianeta, la soppressione dell’alterità. Fuori, oltre, al di là, in un infinito slancio cinetico attraverso tutte le
barriere e i confini. Con l’umile potenza di una linea.
Testo di:
Emanuele Rizzuto